Sarri dopo Tavecchio. Il calcio e la deriva di un Paese

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La lite tra Sarri e Mancini in campo ha riportato l’Italia al centro delle cronache per intolleranza e omofobia. Dopo Tavecchio, un altro “scivolone” che non ci voleva

Ci risiamo, di nuovo alle solite. L’acceso battibecco tra Sarri e Mancini in campo nel finale di Napoli-Inter di ieri sera ha riproposto l’Italia agli occhi del mondo nella sua chiave più becera e spiacevole. E di certo non per l’alterco in sé stesso, figuriamoci. Le liti in panchina sono prassi quasi all’ordine del giorno, e senza dubbio se ne sono viste di peggio. Quello che sta facendo il giro del web, finendo sulle prime pagine di tutti i quotidiani internazionali, è l’insulto omofobo rivolto dell’allenatore del Napoli, Maurizio Sarri, al suo collega interista, Roberto Mancini.

La denuncia è arrivata dallo stesso Mancini nel post ai microfoni della RAI, davanti ai quali il nerazzurro ha dichiarato: “Sarri mi ha dato del frocio e del finocchio. Una persona di sessant’anni dovrebbe vergognarsi a dire queste cose; se Sarri è un uomo, allora io son contento di essere quel che lui ha detto che sono. Le scuse non servono, deve solo vergognarsi. In Inghilterra non sarebbe più entrato nemmeno al campo di allenamento“. La replica di Sarri non è tardata ad arrivare ma, se possibile, ha aggravato ancora più una situazione già compromessa: “sono conse di campo, che si dicono in campo e che dovrebbero rimanere in campo. Ho già chiesto scusa a Mancini“. Aggiungendo poi la scusa di circostanza “al mondo gay“, ecc…

Il problema, però, va al di là della semplice ammissione di colpevolezza di Sarri, ma riguarda uno spaccato intero del nostro Paese, che ancora tarda a crescere culturalmente. Il calcio sta diventando sempre più la finestra del provincialismo di molti italiani, e la levata di scudi pro Sarri sul web lo testimonia. Dopo i vari casi Tavecchio, la popolazione calcistica social dello Stivale ha preferito interpretare la grottesca vicenda con la maglia della propria squadra addosso (“Mancini vuol destabilizzare il Napoli“, “Mancini ce l’ha con questo“, “Mancini ce l’ha con quello” ecc.), piuttosto che guardare al problema come una faccenda d’interesse pubblico, più grande del singolo campanile.

L’insulto omofobo di Sarri è grave, indifendibile, soprattutto se pronunciato da un recidivo (“il calcio sta diventando uno sport per froci“, disse in tempi non sospetti). Ma quel che risulta ancora più inaccettabile è la non unanime condanna da parte della comunità calcistica italiana. Allora è vero che il calcio, l’unico reale fenomeno di massa del nostro Paese, sta diventando lo specchio della deriva culturale dell’Italia, a partire dai massimi vertici politici che governano il pallone fino all’ultimo dei tifosi da tastiera. Il caso Sarri è il vero bigliettino da visita di una società che antepone il buon nome dell’allenatore della propria squadra al progresso culturale di un intero Paese.

Spesso si parla della responsabilità civica che il nostro sport deve assumersi, del cosiddetto buon esempio. E se c’è un risvolto positivo in questa ennesima faccenda “sgradevole” occorsa al nostro calcio, è proprio il buon esempio che ha dato Mancini, che ha avuto il coraggio di denunciare. Da qui deve ripartire il calcio italiano, da un esempio che non è solo sportivo ma soprattutto civile. Mancini è il vincitore morale di questa tenzone di quart’ordine, con un gesto che sembra semplice ma che semplice, in un mondo di cameratismo come il calcio, non è affatto. La speranza è che, anche solo per spirito di emulazione, questo gesto faccia più proseliti possibili, perché anche dal pallone passa la crescita di un Paese sempre più caricatura di sé stesso.