#LottoMarzo, quando lo sciopero globale delle donne non è per tutte

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Bari aderisce allo sciopero globale delle donne per #LottoMarzo organizzato da NON UNA DI MENO. Ma siamo davvero sicuri che questo evento sia per tutti e a favore di tutti?

Oggi è l’otto marzo, da tradizione giorno della Festa della Donna. Evento sempre più rinnegato dalle stesse donne, o almeno da quella parte delle donne che si definisce femminista e intellettuale, non certo dalla massa delle donne che oggi puntualmente si fa gli auguri, e magari esce pure a cene con le amiche.

E oggi, a Bari, in Italia e in altre circa 55 nazioni del globo si sciopera. Esatto abbiamo detto sciopero, e non manifestazione, perché così è stato definito questo evento dagli organizzatori. Si legge nel comunicato stampa, relativo all’evento #LottoMarzo, sul sito dell’associazione NON UNA DI MENO: “sciopero generale, indetto ad oggi dalle sigle sindacali: Usi, Slai Cobas per il sindacato di Classe, Cobas, Confederazione dei Comitati di Base, Usb, Sial Cobas, Usi-Ait, Usb, Sgb, Flc Cgil, per garantire un’astensione reale dal lavoro produttivo e riproduttivo e il coinvolgimento delle donne dentro e fuori i luoghi i lavoro”. Sciopero per protestare contro la “la violenza maschile contro le donne”, perché “Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo”.

Manifestazione che, se per certi versi può essere ritenuta necessaria, vista la situazione femminile in tutto il mondo (anche se le differenze tra i diversi paesi sono abissali), porta con sé molti ma e molti dubbi. Prima di tutto perché si è voluto parlare di sciopero? In che modo è necessario che le donne scioperino? Da cosa poi, dal nostro essere donne? Possiamo davvero scioperare in un mondo di precarietà e di mancanza di servizi di welfare che ci aiutino? Possiamo stamattina alzarci e dire: ok oggi non lavoro, non bado ai miei figli e non faccio tuto ciò che mi rende donna. Ma cosa poi ci rende donne? La risposta a queste domande è: no non possiamo, possiamo manifestare quello sì. E chiunque sostenga il contrario, forse, non ha chiaramente in testa cosa significa essere donna oggi, oppure vive il suo essere donna dall’alto di una condizione agevolata.

E poi perché parlare di “violenza maschile”? Il linguaggio, specie in situazioni come questa è fondamentale, perché accentuare quel maschile? E perchè nel 2017 ci si riduce ancora a parlare di “sciopero riproduttivo”? Che senso ha? Non siamo negli anni ’70, in cui aveva senso anche utilizzare certi termini vista la condizione della donna di allora, ma non dimentichiamoci che anche se la strada da fare è ancora tanta, molti sono i progressi che sono stati fatti.

Oggi discutiamo dell’obiezione di coscienza e di una legge che va migliorata, allora abortire era illegale. Il rapporto della donna con il sesso e anche lo stesso parlarne era un tabù, oggi le donne quando sono in gruppo sono “peggio degli uomini”, e meno male sotto certi aspetti. Siamo sicuramente più libere, anche se parlare di parità è ancora utopia. E lo è, purtroppo, soprattutto per una questione culturale, in cui sono spesso le stesse donne ad ingabbiarsi in stereotipi di genere.

Per questo motivo ritengo anacronistico parlare di sciopero in qualunque forma lo si voglia svolgere, parlate di manifestazione e discutete al tavolo con chi di dovere, e se dovete scioperare fatelo, ma non in mio nome. Io, da donna precaria, e madre di due figli, non mi sento rappresentata da voi, in quanto con il vostro evento non arrivate a me e soprattutto non arrivate a tutte quelle donne che stamattina si sono alzate, hanno accompagnato i figli a scuola, sono andate a prendere il caffè con le amiche, e hanno fatto la vita di ogni giorno.

E non ci arrivate, perché non ci siete volute arrivare, e parlo al femminile perché purtroppo questo tipo di organizzazioni ed eventi è ancora troppo femminile. Non ci siete arrivate perché non bastano i volantini per strada o gli eventi all’università, dove le donne sono già abbastanza consapevoli di loro stesse, servono azioni di comunicazione mirate, in quei luoghi in cui si concentrano la maggioranza silenziosa delle donne.

Perché non siete andate a fare volantinaggio davanti agli asili nido, le scuole materne, le scuole elementari? Davanti ai supermercati e alle panetterie? Perché forse è troppo complicato fare discorsi sull’identità di genere o sulla violenza contro le donne rivolgendosi a persone che, purtroppo, possono non avere la cultura di base per poter capire al volo certi argomenti? Mi dispiace ma non riesco ad essere con voi oggi, perché non mi sento rappresentata da voi, pur con la mia capacità di comprendere le vostre ragioni, che sono belle solo sulla carta.

Mi dispiace, ma dal mio punto di vista, questo evento, che avete voluto chiamare sciopero, non mi rappresenta e soprattutto mi dà l’idea di un autoghettizzarsi, mi sembra che in questo modo le donne che voi dite di rappresentare tendano a rappresentarsi come minoranza, quando non lo sono e non lo sono mai state. Non ho una soluzione ai problemi che purtroppo ancora attanagliano nel 2017 l’essere donna, di sicuro non serve e non basta scioperare in questo 8 marzo. E se volete farlo, per favore, fatelo per voi, non fatelo in mio nome.