Kitchen on the run: a Bari condivisione e integrazione

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Kitchen on the Run a Bari (foto bari.zon.it)

Prosegue fino al 9 aprile a Poggiofranco  l’iniziativa Kitchen on the Run, un’occasione per “Condividere il cibo e favorire lo scambio interculturale

Dallo scorso 17 marzo fino al prossimo 9 aprile (domeniche escluse) è in corso a Bari, nell’accogliente cornice di “Parco Don Tonino Bello” a Poggiofranco, la manifestazione Kitchen on The Run, iniziativa pensata da tre ragazzi tedeschi (Andi, Jule e Rabea) per condividere gratuitamente il cibo e favorire l’integrazione dei migranti e dei rifugiati. Bari è la prima tappa di questo evento, che toccherà altre città europee con lo stesso obiettivo: portare in giro per il Vecchio Mondo il valore della gratuità e della diversità. Il mezzo mediante cui il progetto Kitchen on the Run si propone di mettere in contatto persone provenienti da realtà e culture diverse è il cibo, vincolo primordiale che da sempre è occasione di aggregazione.

Al centro della piccola macchia verde posta nel cuore di uno dei più ampi rioni residenziali di Bari, infatti, in questi giorni campeggia un container azzurro: si tratta del quartier generale dei ragazzi di Kitchen on the Run, dove è allestita una vera e propria cucina mobile completamente ammobiliata, con tanto di piano cottura, stoviglie e generi alimentari come caffè, té, zucchero e olio. L’idea alla base del progetto Kitchen on the Run, infatti, è che tra un calcio al pallone e l’altro, tra un giro del parco di corsa e una sessione di equilibrismo, migranti e locali possano incontrarsi gratuitamente dietro i fornelli per preparare piatti appartenenti a diverse tradizioni culinarie. La possibilità di condividere il cibo diventa, quindi, l’occasione propizia anche per scambiarsi storie, raccontarsi aneddoti e stringersi la mano davanti a un piatto di spaghetti oppure di cous cous.

La prima idea di Kitchen on the Run – racconta Rabea, responsabile del progetto – venne a me e al mio amico Jule nel 2012. Avevamo in mente un container-bar itinerante, che fosse in grado di viaggiare per permettere alle persone di entrare in contatto. Purtroppo per mancanza di fondi e difficoltà logistiche il progetto non fu realizzato, ma l’idea non venne abbandonata. Nel maggio 2015 siamo riusciti a vincere il concorso e quindi reperire i fondi necessari; sapevamo che l’idea di accogliere persone provenienti da diversi background culturali in una cucina itinerante era veramente molto valida e così il progetto di Kitchen on the Run è finalmente potuto partire. Ci siamo potuti avvalere della collaborazione dell’Università di Berlino e dei suoi studenti di architettura, che si sono offerti di progettare e realizzare gratuitamente la nostra struttura e permetterci così di viaggiare“.

La parte più complessa è, ovviamente, coinvolgere la gente in questa iniziativa decisamente unica: “comunichiamo le nostre attività -prosegue Rabea – attraverso il nostro sito web e attraverso serrate campagne sui social media. Poi ovviamente ci avvaliamo della collaborazione con i centri di accoglienza dei rifugiati presenti sul territorio e con le amministrazioni locali. Qui a Bari, per esempio, il nostro evento è stato patrocinato dal Comune e dall’assessorato al welfare. Poi ovviamente cerchiamo di trovare punti strategici dove montare la nostra struttura, come ad esempio al centro di questo parco, da cui è possibile attrarre i passanti e i più curiosi“.

Si prospetta un lungo viaggio per i ragazzi di Kitchen on the Run, nel tentativo di compiere quella che Rabea ritiene una vera e propria missione, cioè liberare l’Europa dal razzismo e dai pregiudizi per renderla un vero e proprio luogo di scambio di conoscenze, tradizioni e culture: “il progetto di Kitchen on the Run si propone di attraversare longitudinalmente, da marzo ad agosto, tutta l’Europa, dall’estremo sud fino al suo capo più settentrionale. Bari è la prima tappa del nostro viaggio, che proseguirà per Marsiglia in Francia, per poi far tappa a Duisburg in Germania e Deventer nei Paesi Bassi, fino al traguardo di Göteborg in Svezia. Questo percorso ha per noi un significato altamente simbolico: è l’itinerario che molti rifugiati percorrono quando arrivano dai loro Paesi d’origine qui in Europa“.