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Bari Rock Days, intervista all’autore Pasquale Boffoli

Tra passato, presente e futuro della scena rock barese e pugliese: ne parliamo con Pasquale Boffoli, coautore del libro “Bari Rock Days”

Avreste mai detto che tra gli anni ’60 e gli anni ’80 Bari fosse una piccola Londra? Avreste mai pensato che il capoluogo pugliese fosse in un glorioso passato il centro di una vivacissima scena rock, capace di “sprovincializzare” una piccola città del profondo sud Italia? Se la risposta è no, allora ci dispiace ma vi sbagliate di grosso. E a dirlo è un’opera più che qualificata, ovvero il libro “Bari Rock Days“, scritto a quattro mani da due enciclopedie musicali baresi viventi, Pasquale Boffoli e Antonio Rotondo, ed uscito lo scorso 30 novembre per l’editore barese Mario Adda.

Un libro godibilissimo, agile alla lettura e dettagliato. La divisione in tre parti, infatti, permette anche al lettore più avido di dettagli sulla scena underground barese nel periodo preso in esame (dai 60’s ai giorni nostri) di vedere soddisfatta la propria curosità. Fin dalla prima parte, intitolata “Bari Calling” e curata interamente da Boffoli, la storiografia musicale barese viene sviscerata con assoluta dovizia di particolari, e anche i toni didascalici della materia vengono ottimamente ammortizzati dallo stile leggero e dall’inserimento di aneddoti e curiosità raccontate dall’autore in prima persona.

In appendice al libro, inoltre, troviamo una ampia sezione dedicata alle interviste esclusive ai protagonisti dei ruggenti giorni rock baresi e una dettagliatissima raccolta di schede tecniche (curata da Antonio Rotondo) di una moltitudine di band del passato e del presente barese.

Di questo e di altro abbiamo parlato proprio con Pasquale Boffoli – noto ai più con il nome di mille “battaglie” rock “Wally” – nella sua triplice veste di autore del libro, cantante e armonicista in diverse solide realtà musicali di Bari e dintorni, e giornalista (attualmente dirige il web magazine di critica musicale distorsioni.net) testimone oculare dei fatti narrati nell’opera.

Fermandosi solo al titolo, “Bari Rock Days sembrerebbe un’opera nostalgica che rimpiange un vecchio passato di gloria. Ma procedendo nella lettura si capisce che lo sguardo di tutto il lavoro è focalizzato sul presente e proiettato anche sul futuro. Qual è, quindi, la genesi dell’opera e soprattutto lo scopo?

Inizio dalla parte finale della tua domanda e vado a ritroso. Genesi e scopo dell’opera coincidono: riempire un vuoto ‘editoriale’ su quanto successo a Bari negli ultimi 50 anni (e più) – partendo dalla prima metà anni ’60 – relativamente a quella fondamentale branca della cultura contemporanea del XX  secolo e  primi decenni XXI che è la musica rock. Non esisteva, a quanto mi consta, prima di “Bari Rock Days” un libro mirato che raccontasse gli accadimenti e l’evoluzione nel capoluogo pugliese di questo genere musicale, a differenza di altre città italiane. In un certo senso io e il coautore Antonio Rotondo (essenzialmente un ‘archeologo’ musicale, oltre che grande appassionato) abbiamo sentito la necessità e il dovere come cultori musicali di colmare il suddetto vuoto editoriale, cercando di sottrarre Bari (e di riflesso la Puglia) dall’anonimato rock di cui ha sofferto – e forse soffre ancora – a livello di media nel contesto nazionale.

Antonio Rotondo

Per quello che riguarda il titolo in effetti può prestarsi ad equivoci: moltissimi l’hanno inteso e lo stanno intendendo riferito a “…un’opera nostalgica che rimpiange un vecchio passato di gloria”, come dici tu Riccardo. In realtà io e Antonio non abbiamo mai inseguito l’effetto ‘nostalgia’ a tutti i costi, lavorando invece ad una nostra versione dei ‘giorni rock baresi’ sino al terzo millennio e in chiavi diverse: informativa, didascalica (nella terza sezione del libro, Schede Tecniche, di Antonio Rotondo), critica, saggistica ed aneddotico/autobiografica in Bari Calling, la prima sezione del libro a cura del sottoscritto. Con le dodici Interviste della seconda parte abbiamo infine voluto fornire al lettore, dalla fonte diretta degli artisti, materia umana e artistica vissuta e palpitante. Domani qualcuno, chissà, potrebbe fornire una versione-architettura dei fatti diversa.

Dalla cronistoria del periodo preso in esame si evince che i generi più fortunati nella scena barese siano stati il punk negli anni ’80 e il beat nei ’60. Quali sono, secondo te, i gruppi baresi che sono stati migliore espressione di queste sottoculture musicali e quali, sempre a tuo avviso, avrebbero meritato maggiore fortuna, anche esplorando altri generi?

Più che fortunati beat e punk sono stati i generi in cui  probabilmente le giovani e ribelli generazioni di musicisti baresi si sono espresse meglio nei decenni passati, ma io aggiungerei anche il garage rock e la psichedelia (That’All Folks!, Anuseye, The Hunchbacked Men). Nel libro quelli che ritengo migliori li sottolineo in modo circostanziato, anche in altri ambiti musicali quali la world music (Al Darawish), il blues in tutte le sue declinazioni (Dirty Trainload) e il jazz. Alcuni musicisti hanno abbandonato Bari trasferendosi in altre città europee, soprattutto Londra, proprio per cercare maggior fortuna, pur non recidendo mai il cordone ombelicale che li teneva legati a Bari. Hanno messo a punto progetti musicali rock molto validi (Atomic Workers, The Lysergics, Crampo Eighteen) che rimangono in ogni caso di nicchia, molto lontani dal mainstream commerciale e dalla pop music di ritorno contest-sanremese che incontra tanto successo dalle nostre parti negli ultimi tempi.

La parte “storiografica” del libro si chiude con una pesante (e condivisibile) apostrofe ai locali che prediligono le tribute band (con tutto il loro apparato posticcio che quasi sfocia nel ridicolo) a discapito, paradosso dei paradossi, non solo delle band che fanno musica inedita, ma anche delle cover band. Ci piacerebbe approfondire questo aspetto…

Forse, come affermi tu, nel mio libro mi esprimo a riguardo in modo (volutamente) paradossale e controcorrente, ma ho voluto denunciare un aspetto deleterio del rock a livello locale che ormai straripa dai primi anni duemila dappertutto. I ‘presunti’ direttori artistici dei pub e dei locali baresi (e pugliesi) hanno capito ormai da tempo che accorre più pubblico e monetizzano con i consumi in cibo e bevande se fanno suonare una tribute band (con tutto il suo fascino deleterio di clone con annesso apparato posticcio che sfocia nel ridicolo, e toglierei il ‘quasi’!) che addirittura una cover band. Qual è la differenza tra le due categorie? Su Bari Rock Days ho cercato di spiegarlo, non voglio privarvi del piacere della scoperta.

Qui e lì nel libro si accenna ad artisti internazionali anche di un certo nome che hanno tenuto dei concerti  importanti a Bari e in Puglia più in generale. Qual è lo spettacolo più bello che a cui ricordi di aver assistito a queste latitudini in quei giorni di gloria vissuti da giornalista o semplicemente da fan?

Pasquale “Wally” Boffoli

Domanda imbarazzante perché all’età di 65 anni ne ho visti tanti di ‘live’ notevoli a queste latitudini. Al netto della straordinaria e sterminata mole di artisti internazionali che meritoriamente la rassegna Time Zones (e il suo mentore Gianluigi Trevisi) è riuscita a portare a Bari  dal 1986 a tutt’oggi, il periodo per me più bello e memorabile (lo scrivo anche nel mio libro) coincide con la prima metà degli anni ’80, quando la cooperativa culturale A/Herostrato (G.T., sempre lui!)  riuscì a portare a Bari e provincia nomi  “punta di diamante della scena new wave e post-punk britannica e internazionale (cit. dal libro)”: Echo & The Bunnymen, Stranglers, Psychedelic Furs, Polyrock etc …

Ma anche Pino Ursi con il suo Hype! Pub (Trani) ha fatto miracoli nei decenni successivi: ricordo uno show assolutamente devastante del 1998 dei punk blues-garagers newyorkesi Chrome Cranks, senza dubbio una delle performance più esaltanti cui abbia assistito in vita mia. E poi Fleshtones, Demolition Dolls Rods, Link Protrudi & The Jaymen, sempre all’Hype! Pub di Trani.

In tempi più o meno recenti, da queste parti si sono visti artisti internazionali anche molto importanti, come i Placebo a Noci (2010), Santana al Della Vittoria (2011) e Patti Smith a Molfetta (2012). Pensi che siano episodi sporadici oppure è il segnale che in Puglia è ancora viva e vegeta una certa cultura “underground”?

Non penso che i nomi che hai fatto facciano parte della cultura underground, né che nel terzo millennio si possa parlare ancora di “cultura underground” in Puglia e fuori da questa regione. Certo Patti Smith conserva ancora una sua integrità artistica di nicchia, e senza dubbio la nostra regione è stata sempre molto ospitale verso i grossi nomi del rock internazionale, anche del circuito che una volta veniva denominato “underground”.

Ultima domanda: al netto di tutti i problemi che la musica inedita “manoscritta” vive a causa della cecità degli organizzatori di eventi e della terra bruciata che i talent stanno facendo attorno agli artisti che non si piegano al ricatto del tutto e subito, la Puglia è rimasta uno degli ultimi baluardi della musica indipendente a livello nazionale. Tra i tanti talenti pugliesi che sono passati dalle “Forche Caudine” di una recensione sul tuo web magazine distorsioni.net, chi secondo te ha più possibilità di farsi strada nella giungla musicale italiana nei prossimi anni?

Non so Riccardo se la Puglia sia rimasta uno degli ultimi baluardi della musica indipendente a livello nazionale, e dicendo ciò  non vorrei sembrare cinico. Se lo affermi con tanta convinzione avrai i tuoi buoni motivi e ne prendo atto. Posso segnalarti, in base alla mia esperienza di direttore del sito online Distorsioni un tris di artisti e dischi pugliesi che mi sono piaciuti particolarmente, in generi diversi, negli ultimi anni: Gerardo Tango, cantautore di Andria e il suo “Una Donna”, Simona Armenise, chitarrista sperimentale con “Oru Kami”, e Crampo Eighteen (progetto solista hard-psichedelico del polistrumentista Nino Colaianni, co-fondatore dei That’s All Folks!) con  “The man with one ear”. Tre lavori usciti nel 2016. Si faranno strada questi nomi nella giungla musicale italiana nei prossimi anni? Chissà, può darsi. In parte ritengo sia già successo.

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About Riccardo Resta

Riccardo Resta
Laureato in scienze filosofiche presso l'Università degli Studi di Bari. Ho collaborato per quattro anni con il blog sportivo palogoal.it, per cui ho scritto più di mille articoli ed ho curato le rubriche sul calcio estero, sul tennis e sul Bari calcio. Capo redattore della testata bari.zon.it e collaboratore della testata di critica musicale distorsioni.net. Amo gli sport, la musica e tutto ciò che è brit.

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